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Alberto Gipponi: "Non ho risposte, dopo il servizio abbiamo impacchettato tutto. Posso permettermelo?"

Scelta difficile e sofferta per Alberto Gipponi, titolare e chef del Ristorante Dina di Gussago

Alberto Gipponi: "Non ho risposte, dopo il servizio abbiamo impacchettato tutto. Posso permettermelo?"

Scelta difficile e sofferta per Alberto Gipponi, titolare e chef del Ristorante Dina di Gussago, nel bresciano, che comunica sul suo profilo Facebook la chiusura dell'attività per precauzione, in seguito alla diffusione del Coronavirus:

"Non ho risposte. Questo l’ho scritto ieri notte ancora indeciso sul da farsi. Stasera dopo il servizio abbiamo impacchettato tutto. Non so se sia la cosa giusta, ma è quello che il mio cuore dice.
“Mi domando cosa dobbiamo fare. Cioè, in realtà, io già lo so. O almeno quello che io penso sia giusto fare. Posso permettermelo? Economicamente no. Decisamente no. Emotivamente? I miei sogni, il mio lavoro, i miei obiettivi, tutti i miei sacrifici? E quelli di chi lavora con me? Della mia famiglia? Ma quanto valgono le economie e i sogni di fronte alla vita? A volte, andare avanti può significare fermarsi. Ma come? Perché?
Bene, io vivo a Brescia. Vivo a 300 metri in linea d’aria dall’ospedale civile. E niente, un’amica che vive a Londra su una chat di amici mi ha detto che non voleva sentir parlare di apocalisse. Per me qui lo è. O quantomeno c’è il rischio che lo diventi. Solo una settimana fa mi sembrava tutto gonfiato, mentre oggi mi sembra che molti, troppi stiano minimizzando una situazione davvero terribile. Ho aperto a pranzo per il business lunch in questi giorni. Mai fatto e mai avrei pensato di farlo. È andata molto meglio di quanto avrei potuto nemmeno lontanamente immaginare. Incredibile. Ma tutte queste persone dentro Dina, disinvolte e come se niente fosse, pronte e felici di stringere mani e parlarsi faccia a faccia mi ha davvero preoccupato. Io le mani non le ho strette a nessuno. E ci tenevo che tutti mantenessero un minimo di distanza di sicurezza, quello era il mio distaccato, ma vicino abbraccio. Ma alle persone non importava e capivo sembrava spesso strano e esagerato. Come se nulla fosse vero. Ma la voce distrutta e spaventata di amici medici io ce l’ho ben presente. Le parole di chi sta vivendo in prima linea questa “cosa” io ce l’ho chiara, ma come facciamo a fare finta di nulla. Ci sono persone gravi a casa perché non possono essere ospedalizzate. E finché capita agli altri cosa possiamo dire “pazienza”? Io non credo. Ma per toccarci sul vivo domandiamoci “E se toccasse a noi?” “E se toccasse a dei nostri cari?” Non vorremmo poter avere un’assistenza adeguata? Non meritiamo di vivere? Ecco, un amico questa sera mi ha scritto “non mollare, non ci porteranno via il nostro sogno”. Capisco cosa scrive e cosa lo animi. Ha lo stesso fuoco che ho dentro di me, ma il mio sogno non è mai stato solo mio. Voglio vedere le persone felici e la felicità nasce dal benessere e il benessere nasce dalla salute e, quindi, so cosa devo fare, ma ho paura perchè una parte di me non vorrebbe, ma devo e lo farò! Fare accoglienza questa volta, almeno nel nostro territorio, credo sia negarla. Spero ci riabbracceremo presto! Gippo”.