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Il settore della ristorazione avrà una perdita di 21 miliardi di euro, quasi un quarto del fatturato annuo

La Fipe chiede al governo misure su affitti e tasse locali, molti stanno tentando la strada del food delivery

Il settore della ristorazione avrà una perdita di 21 miliardi di euro, quasi un quarto del fatturato annuo

Da qualunque punto la si inquadri, l’emergenza Coronavirus costringe a cambiare prospettiva. Ristorazione e turismo sembrano essere i settori economici più colpiti, "il quadro per la Fipe, la Federazione nazionale dei pubblici esercizi che riunisce 300mila attività, è abbastanza nero. Il settore della ristorazione, in base alle ultime stime su un lockdown che prosegua sino all’11 maggio (due mesi dalla chiusura totale decretata dal governo Conte), avrà una perdita di 21 miliardi di euro, quasi un quarto del fatturato annuo. Il vicepresidente Luciano Sbraga, che è anche il presidente del Centro studi, è preoccupato soprattutto per la stagione estiva che sarà "a scartamento ridotto". «Il turismo straniero sarà inesistente come quello congressuale e fieristico, anche quello interno sarà compromesso dalla difficile situazione economica, le famiglie saranno impoverite e bisognerà capire quale tipo di spostamenti sarà concesso. Purtroppo le ultime stime sul Pil sono drammatiche: Prometeia ha previsto una contrazione del 6,5%, nel 2009 in seguito alla crisi economica era stata del 4,9%»".

"Al governo chiediamo non solo uno slittamento del pagamento delle tasse ma un "ristoro" delle perdite reali e l’accesso al credito a tasso zero». Insomma una sorta di bonus come quello per gli autonomi che consenta alle aziende di resistere. Per quanto riguarda i posti di lavoro al momento la previsione è di uno stop per quelle 250 mila assunzioni a tempo (giuridicamente non si tratta di lavoro stagionale ma di fatto lo è) che vengono fatte ogni anno tra il mese di marzo e quello di luglio.In questo quadro di paralisi per alcuni ristoratori l’unico modo per continuare e restare attivi è stato il "trasloco" verso il food delivery. Alcuni si sono organizzati in proprio, trasformando i camerieri in fattori, con consegne a domicilio zonali".

"Una scelta fatta soprattutto per non perdere clientela in futuro, una sorta di servizio di cortesia» spiega ancora Sbraga. Le stime del Fipe per quanto riguarda i ristoranti tradizionali (non le catene di pizzerie e fast food o di cibo etnico) è che accanto ad un 5-6% che già era attivo come food delivery un altro 11% si sia attivato in maniera sperimentale. In questa direzione va l’accordo, sottoscritto dalla Fipe con The fork, l’app per la prenotazione dei ristoranti più usata in Europa, che offre la consegna gratuita per tutto il periodo dell’emergenza Covid-19 ai ristoranti partner della piattaforma. Il trend è testimoniato anche da Deliveroo secondo il quale nel mese di marzo si sono verificate un 40% di adesioni in più alla piattaforma rispetto alle previsione. «Il che non significa che le consegne sono aumentate – ci tiene a precisare l’azienda che ha all’attivo 92mila locali in tutta Italia –. In realtà dopo un crollo verticale del settore adesso la situazione è migliorata. Ai ristoranti offriamo un servizio di marketing e di gestione del servizio di delivery".