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Dopo il coronavirus bisogna ricominciare a lavorare in un nuovo ordine economico. Così la pensa Antonio Pace di AVPN

Antonio Pace Presidente AVPN Associazione Verace Pizza Napoletana interviene sulla crisi coronavirus

Dopo il coronavirus bisogna ricominciare a lavorare in un nuovo ordine economico. Così la pensa Antonio Pace di AVPN

Sulla crisi che attraversa il mondo delle pizzerie a causa del coronavirus oggi ascoltiamo la saggezza di un veterano. Antonio Pace, presidente storico dell’AVPN Associazione Verace Pizza Napoletana presente con le sue delegazioni e centinaia di associati in tutto il mondo.

Dunque, Antonio, come stanno le cose?

Tutte le pizzerie sono ferme e saranno ferme chissà per quanto tempo. Ho la sensazione che le cose non stiano affatto bene, ma spero di sbagliarmi.

Il problema è principalmente sanitario, ma anche economico dici.

Sì, la crisi economica è profonda. Certo aspettiamo interventi del governo. Si farà di tutto, e tutto ben venga, tranne che stampare moneta. Aumenterà il debito pubblico che inevitabilmente ricadrà sui nostri nipoti che dovranno pagarlo. Teniamo presente che il post coronavirus non è un dopoguerra: nel dopoguerra bisogna ricostruire. Dopo il coronavirus non bisogna ricostruire niente, bisogna solo riconciare a lavorare. Vanno perciò pensati nuovi, sistemi, nuovi rapporti tra stato e cittadini. Bisognerà pensare ad una nuova economia. Il valore dei soldi non sarà più lo stesso.

Quali sono le voci che ti giungono dal di dentro?

Le pizzerie stanno tutte ferme. Si tratta, è bene saperlo e ribadirlo, di piccole aziende che a fine mese non riescono a quadrare i bilanci. Alcune spese camminano lo stesso. Già alcune pizzerie campicchiavano, per dircela tutta i pizzaioli portavano la giornata di guadagno a casa. E andava bene così. Ora quando questo meccanismo viene interrotto, sappiamo tutti che cosa succede. È un mondo dove la conduzione familiare del lavoro non ammette soste prolungate. Non può continuare così. L’economia delle piccole aziende è una partita di giro. E se il contante non c’è, non gira niente. Tutto si ferma.

La crisi riguarda sia le grandi che le piccole pizzerie?

Tutti sono colpiti, ma mentre le grandi pizzerie penso abbiano ancora risorse e capitale, le piccole aziende-pizzeria no. C’è il grosso problema dei fornitori, poi quello dei dipendenti. Certo per chi lavora in chiaro ci sarà l’aiuto della cassa integrazione e in uno spirito di solidarietà tutti dovranno stringere la cinghia.

Poi c’è il nero il sommerso il marginale che soprattutto a Napoli fa economia. Che succede?

Sì, hai ragione nelle nostre zone ci sta questo problema, è inutile negarlo. Immagina, dal parcheggiatore abusivo fuori il locale a chi porta in giro le pizze. Qui non c’è una delivery strutturata e organizzata con tutti i crismi, insomma. Temo che sarà un problema sociale e di ordine pubblico se non si interviene con energia. Questi corrono il rischio di non poter fare la spesa. E che accadrà? Non oso immaginarlo.

Intanto, immaginiamo che prima o poi si riaprirà.

Con la paura del contagio nell’immediato ci sarà il problema del contingentamento dei numeri. Purtroppo, ogni azienda si dovrà ridimensionare in rapporto al nuovo lavoro. Poi, non penso che all’indomani della fine della quarantena collettiva la gente avrà tanti soldi e quelli disponibili non penso avrà tanta voglia di andarli a spendere in pizzerie e ristoranti. Lo ripeto, ritengo che noi dobbiamo inventarci un nuovo modello di economia. E non solo in Italia, ma dappertutto. Come ben sai, AVPN è presente in tutto il mondo da est a ovest. Abbiamo chiara la visione globale del problema.

Ci sono proposte e iniziative concrete che AVPN sta mettendo in campo?

Dobbiamo collaborare con tutti i nostri associati, guidarli e assisterli nel percorso di ripresa della loro attività. Stiamo immaginando tantissimi scenari e stiamo analizzando una serie di iniziative concrete. Dalla cooperazione alla mutualità. Non è semplice, ma insieme, sostenendoci gli uni con gli altri, qualche costo possiamo abbatterlo, sia in termini di fornitura delle materie prime che di organizzazione dei servizi a supporto dei locali, dei dipendenti, dei titolari. Di tutta la filiera insomma, comprese le tante aziende produttrici di materie prime. Lo ripeto non dobbiamo ricostruire, ma riprendere a lavorare in un contesto caratterizzato da restrizioni economiche ancora più forti. E allora chi più ha, più deve dimostrarsi solidale, anche rinunciando a una parte degli utili. Soltanto così si potrà salvare il futuro. Di tutti.