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Storia di una non-colazione da ScottoJonno.

Breve recensione dell'accoglienza da Scotto Jonno, Napoli

Storia di una non-colazione da ScottoJonno.

Qui su Foodclub (come lascia intuire il nome…) amiamo parlare di cibo. Questa, invece, è una piccola recensione che ha ad oggetto solo ed esclusivamente l’accoglienza.

Questa è la breve storia della mia non-colazione da ScottoJonno.

Aperto nel mese di marzo, il locale si trova al centro della galleria Principe di Napoli e, e sin da subito ha suscitato la curiosità di appassionati e addetti ai lavori (dell’importante opera di recupero e di ristrutturazione, nonché delle belle idee a fondamento del progetto ve ne avevamo già parlato qui).

Il mio desiderio era quello di provare sia la colazione che un pranzo leggero al bistrot.

Non avrei potuto immaginare, però, che quella che stavo per vivere sarebbe stata un’esperienza surreale, perché ad aspettarmi c’era un personale a dir poco inospitale.

La mattina di domenica 6 agosto, dunque, decidevo di andare a scoprire Scotto Jonno.

Arriviamo intorno alle ore 11 al locale, che era praticamente vuoto. L’unico coperto, una ragazza che sorseggiava un succo d’arancia ai tavolini in galleria.

Ci presentiamo alla cameriera e diciamo di voler fare colazione. Veniamo quindi fatti accomodare a un tavolo interno.

Dalla lettura del menù apprendiamo che la proposta per la colazione comprende vari lievitati, tra cui due tipi di veneziane, cornetti, lo “strummolo” (che dovrebbe essere una brioche sfogliata).

Dopo qualche minuto ordiniamo e iniziamo chiedendo una veneziana. A quel punto, però, la cameriera si affrettava a dire che forse avrebbe dovuto avvisarci subito, ma purtroppo non era disponibile nulla, fatta eccezione per la torta al limone e quella al cioccolato.

E qui la prima delusione: un banco praticamente vuoto alle 11 e un quarto di domenica mattina, a Napoli.

Decidiamo quindi di alzarci per poter fare colazione altrove e, con il sorriso, ringraziamo comunque.

Il clima si irrigidisce.

La cameriera non risponde nulla, non abbozza un sorriso, non un “siamo spiacenti”, nemmeno un saluto. Prende atto della nostra decisione in silenzio, registrando dentro sé di non doversi più occupare di quel(l’unico) tavolo.

Mi avvicino lo stesso al bancone, dove vicino alla cassa c’era un ragazzo “in borghese”, facendogli presente che avevamo intenzione di tornare per un pranzo veloce. Gli chiedo fino a che ora sarebbe stato possibile tornare per fare un “brunch”.

Non appena menziono questa parola, il mio interlocutore, con un’accentuata smorfia di incomprensione, mi dice “fare che?”.

Pensando semplicemente che non mi avesse sentito, ripeto: “vorremmo fare un brunch”.

E lui, di nuovo, con faccia sdegnata: “un brunch?”.

Qui mi rendo conto che non è ovviamente possibile che in un locale del genere non si sappia cosa sia un brunch - soprattutto perché offrono appunto piatti leggeri, salumi, formaggi, uova, finanche con qualche proposta dolce - per cui capisco di aver pronunciato una parola che aveva gli effetti di lesa maestà all’interno di un cafe chantant letterario.

Mi correggo e chiedo, quindi, fino a che ora fosse aperto il bistrot.

Al suono francofono la mia controparte rinviene, appagato dall’essere tornato nel suo terreno linguistico. L’originaria smorfia di sdegno si trasforma in un sorriso beffardo e mi risponde, con spocchia tagliente: “lavoriamo fino alle 3 di notte”.

Resto di stucco perché la sicumera che accompagnava quella affermazione strideva fortemente con l’ambiente vuoto attorno a me.

La controrisposta perfetta sarebbe stata: ho chiesto per sicurezza, dal momento che sono venuto per la colazione alle 11 di mattina e non c’era (più?) niente.

Lasciamo il locale con la sensazione di aver tolto un disturbo, nonostante fossimo stati noi ad essere stati trattati prima con superficialità, poi con indifferenza, e infine sbeffeggiati.

Al di là dell’antipatico scambio di battute, è l’ambiente nel suo complesso che è risultato pesante e antiospitale.

Una “accoglienza” che ha davvero dell’assurdo, perché riesce perfettamente nell’obiettivo opposto: far sentire l’ospite indesiderato.

Non tutti i mali vengono, però, per nuocere.

Ho potuto mangiare una deliziosa sfogliatella con crema al limone dalla pasticceria Mignone in piazza Cavour e un ottimo caffè al “Caffè Cavour”. Il tutto accompagnato, in entrambi i locali, da grandi sorrisi, simpatia e cordialità.

PS: inutile dire che non siamo tornati per il brunch, pardon, per il pranzo al bistrot.

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