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Dopo il no alla IGP “Pomodoro Pelato di Napoli” ecco una DOP “Pomodoro di Puglia”. E poco male se all’estero non sanno cosa significa: l’importante è fare fessi (ma contenti) gli agricoltori

Da IGP "pomodoro pelato di Napoli" alla DOP "pomodoro di Puglia"

Dopo il no alla IGP “Pomodoro Pelato di Napoli” ecco una DOP “Pomodoro di Puglia”. E poco male se all’estero non sanno cosa significa: l’importante è fare fessi (ma contenti) gli agricoltori

La notizia: Pomodoro Dop di Capitanata, insediato il comitato anti-Napoli

Tra levate di scudi e “onte di immemori similarità”, continua l’opposizione da parte di Coldiretti Puglia alla “Igp Pomodoro pelato Napoli”. Si e tenuta la prima riunione in camera di commercio allo scopo di dichiarare l’obbligo di indicare la dicitura “Pomodoro allungato destinato alla trasformazione dell’Igp Pomodoro pelato di Napoli” sul documento di trasporto della materia prima in partenza dai campi foggiani verso le aziende trasformatrici campane.

Lo scorso 13 marzo il Ministero delle Politiche Agricole aveva pubblicato in Gazzetta Ufficiale la richiesta di riconoscimento, avanzata dai conservieri campani, per ottenere la nuova IGP: una iniziativa che, consentendo a questo prodotto di essere tutelato e di distinguersi dalla concorrenza sui mercati internazionali, avrebbe sicuramente apportato di conseguenza grandi benefici non solo a chi trasforma e commercializza pomodoro, ma anche ai produttori agricoli che conferiscono questa materia prima alle industrie. Una ennesima opportunità di dare lustro ad un intero comparto che volontariamente viene mandata in fumo per il becero comportamento di quegli stessi che dovrebbero avere a cuore le sorti dell’agricoltura del sud: politici locali e organizzazioni professionali del settore agricolo.

Dopo il no alla IGP “Pomodoro Pelato di Napoli” ecco una DOP “Pomodoro di Puglia”. E poco male se all’estero non sanno cosa significa: l’importante è fare fessi (ma contenti) gli agricoltori

Si legge: “Nel caso in questione, la possibilità di identificare con “Napoli” un pomodoro prodotto nella maggior parte dei casi in aree diverse e appartenenti ad altre regioni italiane risulterebbe fuorviante per i consumatori e sarebbe a detrimento della reputazione territoriale di Napoli e della Regione Puglia, quando invece il matching perfetto tra prodotto e luogo di origine dovrebbe rappresentare la leva e il valore immateriale da tutelare con la proprietà intellettuale di cui godono le Ig.”

Ma esattamente quale sarebbe stata la perdita e l’incoerenza di un procedimento che poteva solo fare gli interessi di tutti gli operatori? E soprattutto perché non si ragiona in primis in chiave di riuscita anche della denominazione del prodotto?

Il commento di Antonio Lucisano

Coltivare pomodori al Sud si può, ma stando attenti al campanile, non al mercato. Dopo il no alla IGP “Pomodoro Pelato di Napoli” ecco servita una DOP “Pomodoro di Puglia”. E poco male se all’estero non sanno cosa significa: l’importante è fare fessi (ma contenti) gli agricoltori.

Dopo il no alla IGP “Pomodoro Pelato di Napoli” ecco una DOP “Pomodoro di Puglia”. E poco male se all’estero non sanno cosa significa: l’importante è fare fessi (ma contenti) gli agricoltori

Nel Paese dei balocchi (e degli allocchi), dove il populismo impera e fa disastri, nel disinteresse di chi li subisce, tutto funziona al contrario. C’è un territorio (la provincia di Foggia) che produce gran parte del pomodoro trasformato dalle aziende campane, e queste poi lo esportano in mezzo mondo, a prezzi più alti rispetto ai concorrenti.

Questo succede perché chi compra reputa che i Napoletani sappiano lavorare questo prodotto meglio di altri. Come mai? Perché per esempio è a Napoli che, grazie a Francesco Cirio, nacque a fine ‘800 l’industria conserviera moderna; perché Napoli è la patria della pizza e dei maccheroni c’a pummarola ‘ngopp; perché Napoletani erano Totò e Pulcinella, che di questo prodotto sono stati e continuano ad essere ancora oggi involontari ma straordinari testimonial. Tanta roba, che in termini di marketing vale assai più di una una campagna di comunicazione multimilionaria.

Dopo il no alla IGP “Pomodoro Pelato di Napoli” ecco una DOP “Pomodoro di Puglia”. E poco male se all’estero non sanno cosa significa: l’importante è fare fessi (ma contenti) gli agricoltori

In un Paese normale, chi coltiva qualcosa e lo vende all’industria, che glielo paga più di quanto lo si paghi altrove, sarebbe entusiasta di apprendere che il suo prodotto rischia di diventare ancora più prezioso, grazie all’iniziativa, già approvata dal Ministero delle Politiche Agricole, di richiedere il riconoscimento europeo per una nuova IGP “Pomodoro Pelato di Napoli”. E ancora più contente dovrebbero essere le organizzazioni professionali, il cui compito statutario dovrebbe essere di tutelare gli interessi degli agricoltori.

E invece cosa accade nel Paese dei Balocchi? Che la più potente di queste organizzazioni, che si chiama Coldiretti, intuisce che, utilizzando opportunamente l’arma medioevale del campanilismo, si può creare un po’ di maretta e ci si può procurare gratis un bel po' di visibilità, dimostrando a tutti che nessun progetto di valorizzazione può andare avanti senza il proprio consenso.

Dopo il no alla IGP “Pomodoro Pelato di Napoli” ecco una DOP “Pomodoro di Puglia”. E poco male se all’estero non sanno cosa significa: l’importante è fare fessi (ma contenti) gli agricoltori

Risultato: per cominciare si fa opposizione formale alla nuova IGP e subito dopo si istituisce un Comitato Promotore di una nuova DOP “Pomodoro di Puglia”, che non si capisce quale misterioso appeal potrebbe avere per un consumatore inglese, francese o americano.

Un danno commerciale proprio per la categoria che si dovrebbero tutelare? È evidente che è così. Ma chissenefrega, se a questi danni corrisponde un grande vantaggio politico per chi può sedersi ai tavoli ministeriali con un potere ancora maggiore?

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