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Il rapporto tra tecnologia e cibo non vi è molto chiaro. Oppure non vi sta molto bene.

Il rapporto astioso tra tecnologia e cibo

Il rapporto tra tecnologia e cibo non vi è molto chiaro. Oppure non vi sta molto bene.

How Boring ! – Il rapporto tra tecnologia e cibo non vi è molto chiaro. Oppure non vi sta molto bene.

Aprile è il mese più crudele, diceva W.H. Auden, uno dei miei poeti preferiti. In rete c’è molta acredine e poca propensione al “capire” il perché di certi fenomeni. Sarà che questo secondo aprile in una specie di bolla dove la socialità è limitata (ma solo se devi andare al ristorante) ci ha resi decisamente astiosi.

Però mi ha dato il tempo di trattare un argomento che mi sta a cuore e che, in un modo o nell’altro, ci rincorre nei nostri giorni ormai fatti di disinfettante e mascherine.

Noto con non poco stupore che molti tra di noi hanno le idee poco chiare su come pensarla tra cibo e tecnologia.

Mi spiego meglio: negli ultimi mesi (facciamo pure nell’ultimo anno, visto che non abbiamo avuto molto da pensare se non rimuginare su ciò che solitamente non avrebbe destato il nostro interesse) abbiamo avuto una serie di polemiche abbastanza accese sull’utilizzo delle tecnologie nel campo alimentare. A titolo esemplificativo, ne cito due, senza voler riaccendere polemiche sopite ma giusto per darvi l’idea.

Il latte di bufala congelato (motivo reale di ciò: non subire sprechi a causa del ridotto consumo di latticini a causa della pandemia di COVID-19; implicitamente, invece, questo apre molte più possibilità di consumo e di mercato. Poi ognuno si fa l’idea che si vuol fare). Abbiamo avuto querelles molto accese sulla questione, concluse con un nulla di fatto, in sostanza, perché la questione è apertissima.

Le pizze d’autore spedite comodamente a casa dei clienti (motivo reale: iniziare a concorrere in un mercato, quello delle pizze surgelate, che macina milioni di euro l’anno e che ha fatto passi da gigante; motivo che si porta intrinseco, è la volontà di restare, giustamente, nella testa dei clienti, in modo tale che una volta più liberi il cliente ritorni a tavola da te ad assaggiare queste prelibatezze. Io, francamente, tifo per i pizzaioli che si reinventano così). Apriti cielo con i puristi della pizza servita a tavola.

Questi sono solo due esempi su cui si sono scritti fiumi e fiumi di byte nelle ultime settimane, anzi che dico, mesi: ma la questione del rinnovamento tecnologico del cibo – e della sua accettazione o meno - va avanti da anni. Qualche altro esempio: l’agricoltura meccanizzata (che sovente toglie allo sfruttamento molte persone); la carne sintetica (che ci potrebbe “liberare” dagli allevamenti intensivi e relative conseguenze), così come gli insetti edibili; ultimissimo in ordine di apparizione, il pane blu di cui abbiamo parlato qualche giorno fa (ma voi, ce li vedete gli italiani a comprare “pane blu” senza colpo ferire?).

A volerla prendere da lontano, questo “astio” nei confronti dell’innovazione tecnologica innesta le sue profonde radici nel sempiterno “duello” tra uomo e macchina. L’eterna paura che la seconda prenda il sopravvento sulla prima e ci sia quindi una dipendenza dalle macchine, o per meglio dire dalla tecnologia (spoiler: c’è già).

Per sentirmi “meno sola” in questo Inclemente dal sapore Isaac Asimov/Phillip K. Dick, ho chiesto il parere di uno dei professionisti del campo agroalimentare più competenti in materia: il collega Antonio Lucisano, che per circa cinquant’anni ha lavorato nel trittico produzione-innovazione-posizionamento sul mercato in questo ramo. La domanda è stata unica, semplice, omnicomprensiva.

Come incide la tecnologia sull’alimentazione e quanto la società dovrebbe temere questa, nel mantenimento delle tradizioni?

“Noi italiani siamo schizofrenici su tre argomenti: cibo, cosmetici e farmaci. Ti faccio un esempio sui farmaci: sebbene le molte rimostranze, siamo i maggiori consumatori europei di antibiotici.
La stessa cosa avviene con il settore alimentare: gli italiani – o meglio, quella fetta di italiani che non vuole fare i conti con la realtà – non vuole fare i conti che senza l’innovazione tecnologica avvenuta in maniera massiccia il secolo scorso, ad oggi staremmo ancora mangiando malissimo. Poca varietà, poca scelta. Senza “l’invenzione” del mestiere dell’enologo (che è la figura preposta a seguire tutte le fasi produttive di un vino, fin dal vitigno) saremmo ancora costretti a bere delle… schifezze atroci, fatte passare come specialità del contadino. C’è da dire che la faccenda del vino al metanolo ha fatto da spartiacque in tal senso.

La tecnologia, se vista sul breve termine, taglia molti posti di lavoro. L’esempio più lampante? I supermercati senza personale: questo sul momento crea di sicuro un “vuoto”, con la necessità di re-impiegare il personale. Ma non siamo più a cinquant’anni fa, spesso ci ritroviamo cassieri e scaffalisti laureati con contratti da fame; è davvero questo quello che vogliamo? Ormai la tecnologia ritaglia anche altri spazi e possibilità, creando nuovi posti di lavoro in settori che prima non esistevano nemmeno.

Passiamo alla domanda che attanaglia molti: possono tecnologie avanzate e tradizione coesistere? La risposta è: devono, se la tradizione vuole avere un posto sul mercato che non è più un mercato locale, ma un mercato globale. Pensiamo al Consorzio del Parmigiano Reggiano: sappiamo bene le sue regole, così come sappiamo che ad un certo punto ha dovuto provvedere a quella fetta di mercato altrimenti mangiata dalle industrie. Parlo del formaggio grattugiato: un gran bel business dove le industrie diverse da quelle del Consorzio guadagnavano un bel po’. E allora, cos’ha fatto il Consorzio? Ha valutato per bene tutti i pro e tutti i contro, decidendo alla fine che era più importante il benessere e gli interessi dell’intera filiera che altro. E alla fine, si è prodotto – e quanto se ne produce ancora! – tantissimo Parmigiano Reggiano DOP grattugiato.

Potremmo fare l’esempio anche per altri Consorzi, dove si pensa innanzitutto al benessere degli appartenenti, come quello del Prosciutto di Parma o ancora della bresaola. Consorzi che hanno le loro pecche, certo, ma non possiamo imputar loro di non aver sfruttato la tecnologia per preservare e diffondere a livello mondiale la tradizione; tradizione che ha senso soltanto se esportata in questo modo.

Al Sud, invece, il problema sembra ingigantirsi senza motivo se non per la scarsa conoscenza delle persone: i Consorzi sembrano più puntare all’immobilità del settore che all’evolversi della filiera intera. Le crociate contro l’innovazione, soprattutto qui, non hanno alcun senso.”

Temerari che siete giunti fin qui nella lettura: cosa pensate? Che le tradizioni vadano perseguite a costo di perdere mercato e quindi ad un certo punto la perdita della tradizione stessa, o ancora è giusto dare spazio alle tecnologie, senza avere paura di sorta?

È solo questione di mentalità aperta, secondo me. Che qui abbiamo poco, molto poco.

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