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La tradizione è romantica solo quando ci fa comodo. In altri casi, ci rifugiamo nella scienza. Ma qual è il vostro rito intoccabile preferito?

Il romanticismo e lo storytelling, quale è il confine?

La tradizione è romantica solo quando ci fa comodo. In altri casi, ci rifugiamo nella scienza. Ma qual è il vostro rito intoccabile preferito?

Questa settimana avevo deciso di non inclementarmi: e nessuno ne avrebbe sentito la mancanza. Però sarà la zona arancio-rossa, sarà che mi scoccia vedere post sulla Super League e mi son detta vabbè, scriviamole due righe, perché di materiale questa settimana ce n’è.

Ricordate, la settimana scorsa – insieme al dottor Antonio Lucisano – abbiamo parlato del rapporto tra cibo e tecnologia e di come le tradizioni, senza la spinta di quest’ultima, avrebbero ben poca vita e mercato. Come ricordava il dottor Lucisano, il Novecento è stato un secolo fondamentale per l’innovazione tecnologica legata al cibo: le persone hanno avuto la possibilità di mangiare più cose, con più abbondanza (troppa, in certi casi, aumentando sensibilmente l’indice delle malattie legate all’alimentazione come obesità e diabete di tipo 2, per citare due tra le cause di morte più comuni al mondo).

Insomma, il quadro che ci proponevamo di lanciare io e Lucisano era: la tecnologia non si può scindere dal cibo, nemmeno dalla tradizione dura e pura. La tecnologia serve a veicolare appunto la tradizione “proteggendo” la filiera e chi ne fa parte; spesso, da queste parti, il concetto viene bypassato in nome di un non-meglio-precisato rispetto (per il prodotto, la materia prima, il produttore).

Opinioni, ça va sans dire, che però alla lunga rischiano di incidere particolarmente sul rendimento economico di una filiera, talvolta decretandone la fine.

Il punto su cui vorrei focalizzarmi brevemente – è un Inclemente gentile, ossimorico ma ci proverò – è appunto la sottile linea di demarcazione che separa il rispetto della tradizione dall’essere uno stoico (inteso come integerrimo, non come appartenente alla corrente filosofica della stoa) che libertà va cercando, liberi dalla tecnologia intendiamo.

In altre parole: il sottile limite secondo il quale una cosa è “moralmente accettata” come tradizione e quando invece è una cazzata pazzesca.

Che poi, l'argomento di cui sopra è anche quella linea sottile che è stata la protagonista di uno dei post più cliccati della settimana sul gruppo Foodclubbers, riguardante un certo chef di noto talento che utilizzerebbe (così pare) rugiada raccolta in un particolare periodo dell’anno per rinfrescare il suo prezioso lievito madre.

[Nota per lo chef, casomai fosse in lettura: io non ho visitato il suo ristorante, ma avrei molto piacere di conoscere la sua visione della cosa da appassionata di grandi lievitati. Non è un articolo contro di lei, né contro chi ha avuto modo di conoscere la sua cucina, tessendone lodi ed incuriosendoci.]

Il post è solo un cavallo di Troia per proporvi una domanda sempreverde. Quando la tradizione smette di essere un corpus di cose tramandate ed inizia ad involarsi e diventare qualcosa alla stregua di una religione da inseguire?

Che poi è la stessa linea di demarcazione che abbiamo – almeno, molti tra noi – ferocemente attaccato negli ultimi anni quando dicevano che l’acqua di Napoli era migliore per il caffè [e già qui, potremmo fermarci].

Che l’aria di Napoli era migliore per l’impasto.

Che la pizza sarebbe venuta così buona solo a Napoli e in nessun’altra parte del mondo.

Ecco, anche qui c’è del romanticismo: parecchio, pure.

Però chissà perché nell’ultimo decennio lo abbiamo praticamente smontato (e meno male! Posso dire di aver avuto a Parigi una delle mie migliori esperienze di pizza. E non c’era eau de Naples) a favore della globalizzazione (santa globalizzazione in questo caso, dovremmo solo sfruttarla al meglio!) dei prodotti partenopei, deridendo il romantico napoletano di turno che esiste ancora ad oggi.

Un romanticismo meno intellettuale? Probabilmente.

Forse è questa la sua pecca.

Essere popolano e popolare.

Quindi da esorcizzare, utilizzando la tecnologia che accorre in soccorso soltanto quando ci serve. E lì dimostriamo che la pizza, il caffè, tutto il resto, può venire bene in qualunque parte del globo terracqueo se a metterci le mani ci sono persone che hanno studiato e sanno il fatto loro. Tanto per fare un esempio, il mio panettone preferito lo fa un tizio sconosciuto (sic!) ad Acerenza, un posto sperduto in Basilicata, mica quel-signore-là-di-Brescia, patria del panetùn.

Il romanticismo è storytelling: su questo non ci piove. Ci abbiamo costruito interi business su questo. Ma dovremmo accorgerci da soli quando è il momento di dire stop, basta, okay, l’ho fatta fuori dal vaso.

Ma ai romantici non si può dire basta. E va bene così, l’importante è riconoscerlo. E magari riderci un po’ su, che d’ironia ne abbiamo bisogno in questo periodo anche se mal sopportiamo.

Ma ora sono curiosa: dalle vostre parti avete dei riti propiziatori? Delle tradizioni che non ne vogliono sapere della scienza, che continuano imperterrite il proprio lungo corso, almeno finché la memoria viva consentirà?

Ps: viva il romanticismo q.b.

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